Piccole schiave invisibili, l’intervista di Meteora all’associazione On the Road

Tratta Blog

venerdì 30 marzo 2018

di Fulvia Tanassi

Rapite da organizzazioni internazionali, vendute dalle proprie famiglie, illuse da finti accordi di lavoro o dal miraggio di una possibile emancipazione: queste le diverse modalità con cui inizia, per le giovani donne vittime della tratta, un viaggio atroce e senza ritorno. Inconsapevoli, partono con un bagaglio di vita appesantito da una povertà estrema, lasciano Paesi in cui si negano e violano i diritti sociali ed economici delle donne dei minori, per diventare merce nelle mani di organizzazioni internazionali di trafficanti.

In Italia, negli ultimi due anni, il fenomeno si è sviluppato a livello esponenziale, anche perché, nell’ambito dei flussi migratori, il numero dei minori non accompagnati si è moltiplicato e, in fase di prima emergenza subito dopo gli sbarchi, più della metà delle giovani migranti sono intercettate e reclutate nella rete dei trafficanti per sfruttamento sessuale e lavorativo.

Approfondire tutti gli aspetti che riguardano le minori vittime del fenomeno della tratta significa pertanto considerare una molteplicità di problemi interconnessi: dal carattere transnazionale del fenomeno che lo rende difficile da individuare, alla mancanza di un approccio di genere durante la fase di accoglienza delle richiedenti asilo, dal conflitto sociale e culturale, alla pedofilia alla violenza sulle donne.

 

Per garantire una rilevazione realistica delle criticità emergenti si è raccolta la testimonianza diretta degli operatori di ON THE ROAD, una delle organizzazioni più accreditate a livello nazionale e internazionale nell’ambito del fenomeno della tratta e che, in coordinamento con la rete interregionale coinvolta nell’azione di contrasto (Forze dell’Ordine, Centri di prima accoglienza, operatori sanitari, Comuni, SPRAR, Centri per Minori), interviene attraverso Unità di Strada, progetti di assistenza sanitaria, legale e di reinserimento lavorativo.

Le testimonianze di STEFANIA MASSUCCI, Coordinatrice delle Unità di Strada nelle Marche, Abruzzo e Molise, e di FABIO SORGONI, Responsabile Ufficio Progettazione e Coordinatore del progetto Anti-Tratta Multiregionale ASIMMETRIE, sono state preziose e molto toccanti. Si è raccolto il punto di vista di chi ogni giorno interagisce con le vittime, sviluppa azioni di assistenza, progetta nuove modalità di supporto. Quello che segue è, pertanto, un’intervista a due voci, ciascuna espressione delle attività realizzate in questo ambito così complesso.

In Italia, negli ultimi due anni, il fenomeno si è sviluppato a livello esponenziale

Dal 1990 gli operatori di ON THE ROAD sono in prima linea per offrire un supporto concreto alle vittime di tratta attraverso le Unità di strada e le Case di accoglienza. In caso di minori, qual è il vostro modello di intervento?

S.M.: Quando le ragazze non arrivano tramite le nostre Unità di Strada ma emerge una storia di vittime di tratta attraverso altre modalità, siamo chiamati in causa come Ente Anti Tratta responsabile del territorio compreso tra le Marche, l’Abruzzo e il Molise. Il Numero Verde Nazionale Antitratta 800 290 290 (dedicato sia ai minorenni che ai maggiorenni) fa da centro di smistamento. Se le vittime sono maggiorenni, entrano nelle nostre Case di Accoglienza. Se sono minorenni, i nostri interventi avvengano direttamente nelle Comunità per Minori, con specifici programmi che comprendono il percorso psicologico, legale e il supporto all’accoglienza. Purtroppo è difficile identificare le minorenni perché raramente dichiarano la loro età. Tuttavia, molte delle ragazze che sono in strada hanno iniziato il percorso di sfruttamento sessuale da adolescenti.

Molte delle ragazze che sono in strada hanno iniziato il percorso di sfruttamento sessuale da adolescenti

Negli ultimi due anni il fenomeno della tratta a scopo sessuale è aumentato del 300% e vede le giovani nigeriane protagoniste di una storia già “confezionata” da chi le sfrutta. Tutte, anche se l’aspetto le contraddice in maniera evidente, dichiarano di avere almeno 18 anni. Com’è possibile che dopo gli sbarchi, nei Centri prefettizi di Prima Accoglienza non si riesca a identificare la reale età anagrafica?

F.S.: Prima, in caso di dubbia presenza di minore, veniva fatto l’esame auxologico, ovvero una lastra al polso per determinare l’età. Per fortuna, ora non è ritenuto più valido in quanto lo sviluppo dell’osso del polso varia tra etnie e nazionalità. Le nuove Linee Guida, ad esempio quelle create nel 2014 dall’UNHCR (Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite), prevedono la costituzione di una Commissione olistica, composta da varie figure professionali, addette a certificare l’età della persona.

Tuttavia, la difficoltà a fare emergere la minore età dipende sopratutto dalle stesse vittime che, appena arrivano, sanno già cosa devono dire per evitare controlli. La grande affluenza di immigrati e spesso la mancanza di operatori opportunamente formati fa sì che spesso, il giorno dopo lo sbarco, molte (a volte tutte…) ragazze siano già andate via dai Centri di prima assistenza, contattate dalle varie Madame della rete di sfruttamento a cui sono legate. È necessario pertanto un maggiore coordinamento tra gli enti responsabili del sistema di prima accoglienza per seguire le ragazze nei vari passaggi e riuscire a dissuaderle prima che le organizzazioni criminali le intercettino e le vadano a riprendere. Per fare questo, occorrono operatori attenti e sopratutto un’efficace interconnessione tra i diversi sistemi di riferimento. A tale scopo, stiamo lavorando per riuscire a sviluppare un processo di assistenza capace di raccordarsi e avere una linea comune, in modo da non perdere le vittime nella prima fase di emergenza assistenziale.

Poi ci sono i casi di minori richiedenti asilo che dichiarano l’età ma che, purtroppo, non riescono a trovare posto negli SPRAR per minori perché affollatissimi e che, quindi, vengono inseriti nei Centri per maggiorenni, in cui facilmente possono rigenerarsi dinamiche di sfruttamento.

È necessario un maggiore coordinamento tra gli enti responsabili del sistema di prima accoglienza per seguire le ragazze nei vari passaggi

Questa forma di schiavitù ha sempre una serie di denominatori comuni: riti voodoo, giuramenti, possibili ritorsioni alle famiglie di origine in caso di ribellione. Come si spezza questa catena invisibile e micidiale tenendo conto del contesto socio-culturale delle vittime?

S.M.: Il rito voodoo, che prevede terribili ripercussioni anche nei confronti della famiglia di origine, è il motivo principale per cui la maggior parte delle ragazze non riescono a sganciarsi dal circuito della prostituzione. Il rito viene fatte il più delle volte in Nigeria, oppure in Libia, dove inizia la fase di violenza e sfruttamento. Alcuna volte viene fatto in Italia. Con il rito voodoo e il giuramento la ragazza si impegna a restituire una somma di denaro che attualmente varia tra i 25.000,00/30.000,00 €. Le ragazze accettano senza sapere esattamente quanto vale l’Euro, quanto potranno guadagnare e come dovranno farlo.

Si impegnano ad obbedire alla persona che ha pagato loro il viaggio che, nella maggior parte dei casi, è una donna, la Madame. La tappa in Libia determina una forma quasi irreversibile di sottomissione: le ragazze vengono segregate in centri descritti come dei campi di concentramento, chiamati Connection House, in cui subiscono violenze inaudite. Sono obbligate a non usare alcuna forma di contraccezione, oppure adottano metodi artigianali, come fazzoletti, stracci che, oltre ad un trauma psicologico della violenza perpetrata, comportano anche gravi problemi fisici. Le ragazze, quando arrivano in Italia, sono ormai talmente logorate psicologicamente e terrorizzate per le ritorsioni che potrebbero subire anche le loro famiglie di origine, che diventa difficilissimo riuscire a sganciarle dalle organizzazioni da cui dipendono. In alcuni casi sono state le stesse famiglie a venderle. Ecco perché, molte vittime accettano passivamente questa forma di oppressione, con l’illusione che, una volta pagato il debito, sia possibile riuscire finalmente ad avere una vita qualitativamente migliore rispetto a quella del loro Paese di origine, definito spesso anch’esso come un Inferno.

La tappa in Libia determina una forma quasi irreversibile di sottomissione

Il lavoro delle vostre Unità di Strada: come si stabilisce il rapporto tra gli operatori e le vittime di tratta?

S.M.: L’area in cui operiamo è molto ampia, arriviamo a incontrare tra le 50/70 ragazze a notte con cui abbiamo instaurato un buon rapporto e a cui portiamo sempre tè caldo, biscotti, preservativi e i nostri numeri in caso di necessità. Le nostre equipe sono formate da tre operatori a cui spesso si aggiunge anche una Mediatrice Culturale nigeriana che può agevolare l’azione di sensibilizzazione e informazione, anche perché rappresenta l’esempio di una donna straniera integrata. In strada, la nostra è sopratutto un’azione di riduzione del danno. Offriamo assistenza sanitaria gratuita, le accompagniamo in caso di necessità nelle strutture ospedaliere, instilliamo loro un’attenzione al rischio, all’uso del preservativo. Oltre ai nostri riferimenti, lasciamo materiali in lingua con le informazioni sulle malattie sessualmente trasmissibili. All’inizio c’è molta diffidenza. Poi, gradualmente, si instaura un rapporto di fiducia. Purtroppo, le nuove ragazze e sopratutto le minori, non sono mai sole, sono molto controllate e, per timore di eventuali segnalazioni, chi le sfrutta non le fa restare nello stesso posto più di una o due settimane.

Le nuove ragazze e sopratutto le minori, non sono mai sole, sono molto controllate

Quindi in strada è molto difficile approfondire un rapporto con le vittime. Come avviene il lavoro di convincimento per riuscire a farle uscire dalla loro condizione di oppressione?

S.M.: In strada ci sono sia la vittima che il carnefice, quindi dobbiamo limitarci ad una chiacchierata superficiale e all’offerta di servizi di assistenza. Il momento fondamentale per noi è quello dell’accompagnamento sanitario. Gli interventi sanitari più frequenti sono connessi alle condizioni di vita e sfruttamento delle ragazze: malattie a trasmissione sessuale, gravidanze indesiderate (anche a causa di clienti che pretendono rapporti senza preservativo pagando il doppio o il triplo), esposizione al freddo, scarsa igiene, alimentazione insufficiente e inadeguata. Sono frequenti anche malesseri psicosomatici, dipendenze da sostanze e disturbi gravi della personalità. Le gravidanze indesiderate rappresentano un grave problema perché spesso, a causa della scarsa informazione, le ragazze vengono costrette all’abortire con metodi “artigianali”, ad esempio utilizzando farmaci non adeguati e senza controllo che causano emorragie, e che possono provocare problemi permanenti o addirittura mettere a rischio la loro vita. Durante gli accompagnamenti abbiamo il tempo di parlare con le ragazze senza il controllo delle Madame, e di conquistare la loro fiducia.

A causa della scarsa informazione, le ragazze vengono costrette all’abortire con metodi artigianali

Come agite per riuscire ad avere contatti con le ragazze vittime di sfruttamento sessuale indoor, fenomeno anch’esso in crescita nel corso degli ultimi anni?

S.M.: Nel caso della prostituzione in appartamenti, veicolato da riviste specializzate e siti internet, la situazione delle ragazze è ancora più drammatica: sono praticamente segregate, si relazionano solo con i clienti e gli sfruttatori e, non avendo un contatto minimo con l’esterno, non conoscono nemmeno la lingua. La maggior parte sono europee e sudamericane. Per noi quindi approcciarle è molto più problematico. Le contattiamo telefonicamente tramite gli annunci, offriamo le stesse cose che offriamo in strada ma, essendo un contatto indiretto, non riusciamo a stabilire una relazione di fiducia e, pertanto, ci chiamano molto raramente per l’assistenza sanitaria.

Nel caso della prostituzione in appartamenti la situazione delle ragazze è ancora più drammatica

Durante la prima fase di recupero della vittima di sfruttamento sessuale, qual è il sistema di assistenza che se ne prende carico?

F.S.: Se sono maggiorenni, sono ospitate presso le nostre Case di accoglienza. Se sono minorenni, la competenza è dei servizi sociali del Comune che deve accoglierle in Comunità per Minori, e farsi carico della retta che spesso è molto alta. Città molto grandi non hanno molti problemi perché hanno i fondi. Ma per un Comune poche migliaia di abitanti, una retta di 80/100€ al giorno può prosciugare le casse comunali.
Recentemente le normative hanno previsto che i minori stranieri dovrebbero essere accolti negli SPRAR minori, che però non sono adeguati per le vittime di tratta (ammesso che lo siano per gli altri minori…) perché a causa dell’alto numero di presenze e del basso rapporto operatori/utenti, non riescono a garantire l’assistenza necessaria.

Che tipo di servizio gli operatori di ON THE ROAD forniscono presso i Centri per Minori?

F.S.: La nostra organizzazione fornisce un lavoro di consulenza psicologica e legale presso le Comunità che ospitano i minori vittime di tratta, in coordinamento con il personale interno. Dal 2011 al 2013 abbiamo realizzato un Progetto in partenariato con SAVE THE CHILDREN nell’ambito di 8 Comunità per Minori tra Marche, Abruzzo e Campania. I progetti hanno evidenziato che, in questi Centri, si lavora molto sulla vita quotidiana, sul rispetto delle regole, la convivenza con gli altri ragazzi, la scuola, il lavoro, il futuro. Tuttavia, se non viene fatto un lavoro anche sul passato delle ragazze, questo finisce per tornare anche nel loro futuro. Una ragazza nigeriana di 15 anni, dopo un anno di comunità, non aveva raccontato niente del suo passato, aveva la Madame che la cercava ma lei preferiva non dirlo. Occorre pertanto un’azione di formazione focalizzata sul personale interno dei Centri per i Minori, che deve essere in grado di fare emergere le storie pregresse delle ragazze vittime di tratta.

Occorre un’azione di formazione focalizzata sul personale interno dei Centri per i Minori, che deve essere in grado di fare emergere le storie pregresse delle ragazze vittime di tratta

Gli operatori di ON THE ROAD sono nati come volontari e, man mano che l’Associazione è cresciuta, hanno sviluppato competenze, esperienza, realizzato progetti in ambito nazionale ed internazionale. Quali sono le attitudini imprescindibili che i vostri collaboratori devono possedere?

S.M.: La maggior parte siamo donne e, in linea generale, siamo educatrici, psicologhe. Sopratutto siamo persone che hanno una grande passione per il lavoro che fanno e che si avvalgono anche di un supporto psicologico dedicato, una supervisione per affrontare le nostre dinamiche interne rispetto alle attività da realizzare. Non è un lavoro pericoloso ma ci sono dei limiti invalicabili, perché dall’altra parte ci sono organizzazioni malavitose che monitorano tutto. Il momento più difficile è, quando emergono le grandi sofferenze delle vittime, riuscire a supportarle e accettare che il nostro intervento non può riuscire a rimuovere il dolore e le pene passate. Inoltre, il nostro è un lavoro che richiede grande flessibilità mentale perché non è programmabile: ogni giorno è diverso, ogni uscita è diversa, ogni persona è diversa. Occorre pertanto tanta formazione e conoscenza del territorio in cui operiamo, dalla normativa sanitaria, della tipologia degli sportelli e degli operatori che ci lavorano. Complesso è anche il nostro ruolo di mediatori: per esempio accompagnare ad una visita ginecologica non significa semplicemente tradurre delle informazioni ma anche mediare col dottore che spesso non ha alcuna sensibilità per la prostituta, riuscire a far superare i pregiudizi per agevolare il processo di inserimento.

Accompagnare ad una visita ginecologica non significa semplicemente tradurre delle informazioni ma anche mediare col dottore che spesso non ha alcuna sensibilità per la prostituta

I programmi di recupero: la vostra esperienza in merito alle inevitabili difficoltà per il reinserimento dovute al conflitto culturale e sociale con cui spesso si deve fare i conti.

F.S.: Nei Centri per Minori e in generale nelle azioni di recupero e reinserimento, credo sia importante fare una riflessione sulle differenze tra le minori europee e le ragazze che arrivano in Italia vittime di tratta. Nel nostro paese le minorenni sono considerate delle bambine, mentre le vittime di tratta, nel contesto socio-culturale da cui provengono, sin da piccole sono proiettate nel mondo del lavoro per aiutare la loro famiglia. La necessità di emanciparsi, di supportare economicamente le loro famiglie è talmente impellente e connaturata che i programmi di assistenza dei Centri per Minori si rilevano spesso inadeguati si rischia di perdere le ragazze lungo il percorso di recupero. Il nostro obiettivo è garantire alle vittime la conversione del permesso dell’art. 18 ad un permesso per lavoro; in caso di richiedenti asilo, cerchiamo di fare ottenere lo status di rifugiato ed un permesso della durata sufficiente per portare avanti un percorso di inserimento. Il programma di assistenza dei progetti di protezione sociale dura 18 mesi ma in realtà non finisce mai perché si cerca di restare sempre in contatto con le assistite per assicurarsi che sia stato un concreto processo di reinserimento.

Il mercato della prostituzione. Il cliente è espressione di un problema sociale di cui poco si parla. Come riuscire ad intervenire a livello di prevenzione e sensibilizzazione?

F.S.: Sensibilizzare il potenziale cliente significa fargli comprendere che sta comprando non una persona adulta e libera ma una persona sfruttata, significa renderlo pienamente consapevole che è complice di questo sistema di sfruttamento. Per realizzare un’azione efficace di prevenzione occorre rivolgersi alle giovani generazioni, affrontando non solo il problema dello sfruttamento a scopo sessuale ma anche il tema della sessualità, dell’emotività. Tuttavia nelle scuole è difficilissimo avviare questo tipo di azioni per una forma di chiusura e tabù. Il problema della relazione di genere, lo sviluppo di una coscienza critica relativamente al fenomeno della prostituzione, anche se sono tematiche scomode, sono più che mai emergenti e quindi da affrontare già durante la fase adolescenziale. Il punto centrale è riflettere sulla motivazione che spinge a comprare un corpo, che fa del sesso a pagamento una sorta di simbolo. Più che un bisogno fisico esso è espressione di un’esigenza mentale, di una voglia di divertirsi e di sentirsi liberi senza altri tipi di complicazioni. Il paradosso è che oggi si è arrivati al punto che alcune donne sono anche consapevoli che i loro compagni vanno nei Night e lo accettano come se fosse una semplice forma di divertimento.

Nelle scuole è difficilissimo avviare questo tipo di azioni per una forma di chiusura e tabù

Per chiudere, vorrei tornare alle protagoniste di questo articolo per affrontare il problema del loro inserimento. Quali sono le possibili strategie ed azioni per fare uscire le vittime della loro condizione di invisibilità eludendo la trappola dei facili stereotipi e pregiudizi?

F.S.: In questo momento storico è molto difficile non solo sensibilizzare ma anche trasmettere in maniera efficace le informazioni. Quando si parla di sfruttamento sessuale, i canali di comunicazione spesso focalizzano l’attenzione sopratutto sul problema di ordine pubblico, mentre è essenziale riuscire a trasmettere una visione approfondita dal punto di vista sociale del fenomeno. Occorre progettare e realizzare interventi che coinvolgano le vittime si dall’arrivo presso i vari Centri di Accoglienza. L’iscrizione presso centri sportivi, la partecipazione ad attività sociali e culturali, possono essere un buon metodo per accelerare il processo di inserimento delle ragazze anche quando non hanno ancora padronanza della lingua. Senza attivare meccanismi di interazione quotidiana e di scambio interculturale, scardinando le iniziali reciproche diffidenze, il processo di integrazione e reinserimento non può essere efficace. È necessario superare una visione pietistica e scandalistica, stimolando un impegno sociale e civico perché, per combattere ed arginare questo fenomeno, occorre una collaborazione ed un contributo attivo comune e congiunto.

Articolo di Fulvia Tanassi tratto dal periodico di cultura e formazione Meteora, a cura di FIDAPA Italy Sezione Termoli

Credits: foto tratte dal documentario On the Road di Piers Sanderson prodotto da The Guardian

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