Lo sfruttamento dei migranti che fa comodo al sistema

Tratta Blog

venerdì 30 novembre 2018

di Fabio Sorgoni

Il caporalato e lo sfruttamento lavorativo non riguardano solo il meridione d’Italia, sono fortemente radicati anche nel centro e nel nord. Questo dimostrano le recenti operazioni di polizia e gli arresti contro lo sfruttamento agricolo o nell’edilizia avvenuti nelle Marche, in Lombardia, in Emilia Romagna, nel Veneto e in altre regioni.

Lo raccontano gli esperti, Massimo De Luca, Segretario FILLEA CGIL, e Harvinder Singh, autore e regista, invitati da Gruppo Umana Solidarietà insieme a noi di On the Road a partecipare al convegno dal titolo “Caporalato e nuove forme di schiavitù” presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Macerata.

“La vita delle comunità Sikh sfruttate nelle campagne dell’Agro Pontino, nel Lazio, è insostenibile. I ritmi di lavoro sono così duri che i migranti devono assumere anfetamine e altri eccitanti per farcela” racconta Harvinder Singh protagonista del film The Harvest sul caporalato agricolo nei territori dell’Agro Pontino. In questo territorio nel 2016 i lavoratori si sono ribellati promuovendo uno sciopero che ha coinvolto 4000 persone ed una grande manifestazione di protesta.

Nel documentario di Fanpage.it proposto da FILLEA CGIL, con una telecamera nascosta Adrian (nome di fantasia) svela lo sfruttamento dei lavoratori stranieri e italiani a Camerino nei cantieri della ricostruzione post-terremoto. Qui i lavoratori sono trattati con violenza, impiegati per 12 ore al giorno, alcuni senza contratto, altri, regolarmente assunti, lavorano molte ore in più e devono restituire metà del salario ricevuto. Molti vivono in casolari di campagna, senza acqua né luce. Se subiscono un infortunio vengono abbandonati nei cantieri per 9, 10 ore; senza cure mediche, senza la possibilità di sporgere denuncia né di percepire nessun risarcimento. Non a caso, la questione salta alle cronache dopo un incidente sul lavoro, che gli sfruttatori tentano di coprire provando a rispedire il ferito in Romania con l’autobus, invece che portarlo in ospedale.

La situazione nella conca del Fucino, non è poi così diversa. In questa zona, come nel basso Molise, l’Associazione On the Road è impegnata nell’attività di contrasto allo sfruttamento lavorativo in collaborazione con le Caritas di Termoli ed Avezzano, l’Associazioni Faced e l’Associazione  Le città Invisibili. Nelle Marche On the Road ha iniziato una collaborazione con l’Ispettorato del Lavoro e il Nucleo Carabinieri Ispettorato dalla quale ci aspettiamo risultati in termini di emersione e prese in carico.

La Flai CGIL stima che siano circa 400.000 i migranti sfruttati solo nell’agricoltura. E la FILLEA CGIL parla di 500.000 lavoratori sfruttati nell’edilizia (stranieri – principalmente comunitari – e italiani). Secondo questi dati, lo sfruttamento lavorativo dei migranti in territorio italiano più che un’eccezione, sembra un vero e proprio sistema, che permette l’abbattimento del costo del lavoro e maggiori guadagni da parte delle filiere produttive.

La riduzione in schiavitù è solo la punta dell’iceberg di un sistema di sfruttamento dei lavoratori, stranieri e non. Un sistema a garanzie de-crescenti, che va dalla violazione delle normative sul lavoro a forme di sfruttamento, asservimento e assoggettamento, fino a situazioni di schiavitù vera e propria. Le mafie autoctone, radicate anche nel nord Italia, stringono alleanze con la criminalità straniera che procura e controlla la manodopera. E molte aziende italiane traggono profitti dall’abbattimento dei costi del lavoro generato attraverso questo sistema.

Il trasporto, ovvero la tratta, di queste persone a scopo di sfruttamento, che aggraverebbe la posizione giuridica dello sfruttatore, non è facile da dimostrare davanti ad un giudice, perché non è facile raccogliere prove che documentino la connessione tra il reclutamento nei paesi di origine e lo sfruttamento. Oggi però è almeno possibile colpire chi si macchia di grave sfruttamento, con la Legge 199/2016, che permette di incriminare il caporale e anche il datore di lavoro.

Il Decreto Salvini con la dismissione del sistema d’eccellenza SPRAR, l’eliminazione del permesso umanitario, e altre norme che riducono la possibilità di regolarizzazione e integrazione non farà che peggiorare la situazione. L’applicazione del Decreto provocherà un forte aumento di migranti irregolari, abbandonati a loro stessi, che saranno costretti a consegnarsi agli sfruttatori per riuscire a sopravvivere e pagare i propri debiti di viaggio.

In questo contesto, la collaborazione tra Procure, Direzioni Distrettuali Antimafia, Ispettorati del Lavoro, Forze dell’Ordine, Sindacati, enti anti-tratta e altri soggetti è una possibile risposta. Un buon coordinamento del sistema multiagenzia, infatti, può portare a molti successi nella repressione dello sfruttamento e nella protezione delle vittime. Queste ultime possono poi essere prese in carico dagli enti anti-tratta, o da altri sistemi di accoglienza.

La creazione di possibilità occupazionali alternative allo sfruttamento è una priorità. Il quadro culturale, economico e politico è sfavorevole, ma il terzo settore può e deve contribuire al cambiamento lavorando nelle comunità, anche facendo tesoro di quello che si è costruito in questi anni in termini di reti, partecipazione e alleanze. Partecipiamo attivamente all’azione politica e culturale, prendendo posizione pubblica e contrastando la narrazione corrente xenofoba e dando voce e spazio a chi non ha rappresentanza e aiutandoli ad organizzarsi per difendere i loro, e i nostri, diritti.

di Fabio Sorgoni, Responsabile Area Tratta e Sfruttamento, Associazione On the Road Onlus.

Photo credits: Associazione On the Road, durante uscita di strada nella tendopoli di San Ferdinando e nella baraccopoli di Taurianova.

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