Ragazza Nigeriana

Una storia a lieto fine per augurarvi Buon Natale

Tratta Storie

venerdì 23 dicembre 2016

 

Quando la Guardia Costiera Italiana ci ha trovato al largo delle coste libiche, il mio unico pensiero era chiamare Uka. Ero riuscita a sopravvivere giorni interi senza cibo né acqua, schiacciata tra decine di mani, teste, piedi, urla. E ora avevo stampato in testa solo quel numero di telefono, scritto su un biglietto che avevo ormai perduto. Se ero sopravvissuta al deserto e al mare, ero salva. Ora bastava chiamare Uka e tutto si sarebbe risolto.

Ci dovevamo incontrare alla stazione di Torino. Quando sono arrivata, lei aveva in mano una mia foto per riconoscermi. Sarebbe diventata la mia madame.

Siamo andate a casa sua, mi ha dato dei vestiti e mi ha spiegato cosa dovevo fare. Mi ha detto che dovevo lavorare in strada. Dovevo stare lì, sul marciapiede, e attirare l’attenzione degli uomini che passavano in macchina. Poi a fine serata avrei dovuto portarle i soldi.

Mi sentivo così ridicola con quegli stupidi vestiti addosso… Per una settimana non ho fatto altro che piangere e nascondermi, fino allo sfinimento. Ma la madame mi ha picchiata; ha detto che se non avessi pagato il mio debito gli spiriti mi avrebbero punita; me e la mia famiglia. E io non volevo tradire la mia famiglia.

Poi è arrivato il primo cliente. Io non avevo idea di come si facesse, non ero mai stata con un uomo prima di allora. Lui nemmeno sapeva che con quei pochi euro si era preso la mia verginità.

Ogni giorno che passava odiavo sempre di più quel grigio pezzo di asfalto su cui stavo in piedi, quel freddo pungente che prima neanche conoscevo, e quegli sguardi, quei corpi sudici …

La sera masticavo foglie di qāt per tirarmi su; me le davano per non sentire il freddo e lo schifo. Bevevo. Dovevo resistere finché non avessi pagato il mio debito con la madame, era lei che mi aveva aiutato a venire in Europa. Non lavorare significava non potermene andare mai più dalla strada.

Ero piena di lividi per le percosse e le altre cose disgustose che gli uomini volevano fare con me; odiavo la mia faccia, la mia pelle, le mie caviglie coperte di cerotti. Quando tornavo a casa, la mattina, mi facevo la doccia, ma non riuscivo mai togliermi quella sensazione di essere sporca, contaminata.

Un giorno, di notte, è arrivata la polizia e ci ha caricato tutte dentro a un furgone. Avevo tanta paura perché in Nigeria si dice che è meglio fidarsi di un criminale che di un poliziotto.

Mi hanno portato in un centro dove potevo stare solo la notte. Ogni mattina mi dovevo svegliare e uscire. Allora vagavo per la città; andavo in giro in cerca di aiuto, non sapevo cosa fare perché la mia madame mi stava cercando, non potevo farmi vedere da nessuno. E lei mi telefonava tre volte al giorno, ma io su quella strada non ci volevo più tornare.

Una mattina mi sono svegliata e avevo tanta fame, tanta. Sentivo la testa leggera e mi muovevo a fatica. Così sono scesa in strada e per la disperazione, sono andata all’Ufficio Immigrazione. Ho bussato, ma nessuno apriva, era il giorno di Natale. 

Io però non sapevo proprio che fare né dove andare. Ho continuato a suonare. Bussavo e suonavo, suonavo e bussavo.

Alla fine ho sentito un rumore provenire dall’abitazione accanto all’ufficio, ho visto la maniglia muoversi e poi il viso di una donna sbucare dalla fessura della porta semiaperta. Oddio, mi sembrava la donna più bella che avessi mai visto; coi capelli bruni e la pelle chiara chiara.

Ha detto qualcosa nella sua lingua, ma non ho capito nulla. Poi ha accennato un timido inglese “I give help. Afternoon” e mi ha fatto entrare.

Ho aspettato un paio d’ore, ero così debole da essermi dimenticata anche i crampi della fame.
Di colpo ho sentito sbattere la porta e visto entrare un uomo. Africano, forse ghanese, alto, ero di nuovo terrorizzata. “I am Kwaku, I can help you translate for her”. Ho tirato un sospiro di sollievo.

Così ho bevuto un bicchiere d’acqua e ho iniziato a raccontare la mia storia. Quando ho finito la donna si è alzata, ha strappato un pezzo di carta dal blocco e con una biro nera ha scritto:

348 851 6945 Associazione On the Road
Vivian

Buone Feste

 

© Redazione, Associazione On the Road Onlus

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